Ritratti (29-30 aprile 2016 ore 21.00, 1 maggio ore 19.00)

ritratti

 

RITRATTI Note di regia Affrontare Thomas Bernhard, tra i massimi autori della letteratura del Novecento, scrittore, poeta e drammaturgo austriaco morto nel 1989 a soli 58 anni, è certamente impresa ardua e ambiziosa. Cimentarsi in un testo magnifico e colorato come Ritter Dene Voss così forte, complesso e comunque intrigante, è la sfida altrettanto ardua che ci ha permesso di avventurarci e sperimentarci in questo articolato e stimolante viaggio. Creatività e ricerca artistica, fantasia e immaginazione, così come disciplina, rigore e studio, sono stati elementi fondamentali su cui basarsi per confrontarsi con un testo chiaramente difficile e reinventarlo con spirito libero, lasciandone tuttavia inalterati i significati essenziali. Ritratti è una libera rielaborazione del testo di Bernhard che nasce proprio durante un laboratorio teatrale da me diretto e basato sull’espressione corporea, la gestualità e il ritmo vocale. Un lungo ed elaborato percorso di studi e improvvisazioni durato un intero anno, mirato appunto alla costruzione di un progetto scenico. L’azione si svolge in un interno dell’alta borghesia dove tre fratelli sono riuniti per una cena da consumarsi intorno a un tavolo, quello stesso dove fin dall’infanzia tanti pasti sono stati consumati con cadenzata monotonia sotto il severo sguardo dei genitori, i signori Worringer ormai morti. Tuttavia, di quei genitori permane la presenza, viva e in certo modo ancora condizionante, attraverso i ritratti esposti in bella mostra sulle pareti che sovrastano e circoscrivono le loro fragili vite. Le due sorelle Ritter e Dene sono attrici di teatro, per caso e forse per questo con poco talento e scarsa ambizione. Recitano infatti a tempo perso solo perché il padre, ricco industriale, aveva acquistato a suo tempo un teatro per tenerle occupate. Prigioniere della loro stessa esistenza, le due vivono ancora in quella casa ingombra di oggetti di famiglia, porcellane preziose e soffocanti ricordi. Il fratello Voss, nominato affettuosamente Ludwig dalle sorelle (un chiaro riferimento da parte dell’autore al filosofo Ludwig Wittgenstein di cui nel testo ci sono tracce biografiche) è il solo ad essere scappato da quella prigione per rinchiudersi volontariamente nell’ospedale psichiatrico di Steinhof. Egli stesso afferma con filosofica lucidità che il manicomio è l’unico luogo dove si può esprimere liberamente la propria verità senza correre pericoli. I personaggi sono tutt’altro che lineari. Tutti contengono tanti temi, in alternanza vittime e carnefici. Il dialogo è altrettanto complesso, a volte ridondante e straripante di parole, architettate però in modo talmente abile da costringerci quasi inconsapevolmente ad entrare in zone più profonde e superare i limiti di una trama in apparenza semplice e superficiale. Dene è succube del fratello, trascrive tutte le sue opere filosofiche e conserva gelosamente i suoi pensieri. Lo coccola e lo imbocca occupandosi solo dei suoi bisogni materiali perché incapace di capire quelli più urgenti. Ritter invece lo disprezza perché in fondo è un po’ più simile a lui, ma ha trovato un modo diverso per esprimere il suo malessere. Nessuna delle due però può fare a meno del fratello filosofo e internato, l’unico a tenere unite le loro insignificanti vite. Ed è forse proprio Ludwig la persona più normale fra i tre, malato ma almeno consapevole del suo stato. La cerimonia si consuma e si divora intorno al tavolo, punto d’incontro e di raduno, totem di famiglia trasformato scenicamente in un altare dove viene celebrato il pasto sacrificale. Un altare costruito, allestito e smontato dalle stesse sorelle con la rigorosa e ripetitiva ritualità di due vestali obbedienti al proprio destino. In questo allestimento ho voluto mettere l’accento sul linguaggio ritmico, frenetico e reiterante come lo sono fino alla nausea le azioni e i sentimenti. E così pure la scelta musicale, affidata ai suoni anch’essi ripetitivi e ossessivi di Philip Glass. Tuttavia, la tragedia si trasforma in commedia sfiorando perfino la comicità quando gli stessi dialoghi tanto logorroici e nevrotici rendono i personaggi pateticamente buffi e tragicomici. Maschere espressioniste dai toni esageratamente grotteschi, altre volte malinconicamente surreali. Ritratti dipinti dalla mano di un pittore che nella sua fantasiosa visione della realtà sa coglierne i segni più nascosti e forse per questo più accattivanti. E mentre l’inferno si scatena nella famiglia Worringer, Dene, preoccupata che tutto sia in ordine, con tono estraniato esclama: “Dopo la minestra, una fetta di melone penso che non sia sbagliato. Penso che non sia sbagliato!” Gianni De Feo

Ritter, Dene e Voss sono i tre figli del ricco industriale Worringer. La vicenda – surreale, grottesca e tragicomica – si svolge nell’abitazione di famiglia, dove vivono le due sorelle Ritter e Dene, attrici, in attesa del fratello Voss, “filosofo”, autore di un trattato di logica, la cui figura allude a Ludwig Wittgenstein. Tre personaggi ai limite della follia: Voss si è fatto volontariamente rinchiudere nel manicomio di Steinhof e saltuariamente viene convinto a ritornare a casa dalla sorella Dene, contro il parere di Ritter. Lo spettacolo racconta dell’attesa di Voss, del suo arrivo a casa e di tutti gli avvenimenti che ne conseguono.